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"Dalla Catalogna una lezione per i pavidi indipendentisti sardi"

di Diego Corràine

[da La Nuova Sardegna, 18-10-2012]

A un mese dalla manifestazione di un milione e mezzo di Catalani per la loro “Diada” nazionale, a Barcellona , l’11 di settembre, è utile dire che, al di là del fatto che da noi quasi nessuno ne ha parlato, questi avvenimenti ci insegnano più di tanti discorsi di politici sardi, pure di quelli che si beano di “catalanismo” senza averne recepito l’essenza. Tanta marea di gente innalzava solo cartelli in catalano, non in spagnolo. Segno non di una ribellione fiscale congiunturale ma sintesi di orgoglio e coscienza nazionale moderna e condivisa, che vuole una rottura profonda dei vincoli con lo stato spagnolo ormai visto come una prigione, che pretende quindi una “Catalogna, prossimo stato d’Europa”. È il risultato di una continua azione collettiva, in cui tutti gli atti del governo e delle forze politiche catalane degli ultimi trent'anni hanno saputo strappare spazi di sovranità a proprio favore, come nella comunicazione, nella scuola, nella sanità, nell'amministrazione, dunque nella società e nel territorio, dove vale il criterio della immersione totale in catalano, senza aspettare la sovranità piena, in barba a Madrid. 

È vero che il movimento per l'indipendenza in Catalogna ha subito una forte accelerazione negli ultimi anni, non estranea la crisi mondiale. Ma non è un progetto recente e occasionale, egoistico, chiuso e gretto, di chi scappa dalla nave che affonda, pronto a risalirvi a pericolo scampato, come potrebbero sembrare alcune delle proposte strumentalmente indipendentiste in Sardegna. È la risposta moderna e condivisa di una nazione che vuole essere stato, risultato di un’opera secolare e trasversale di costruzione dell’idea nazionale, che ha sfidato il franchismo, liberando le proprie energie alla sua caduta con la costruzione di un modello di sovranità modulare e graduale, che attende solo lo strappo formale dell'autodeterminazione, ormai imminente perché voluta dalla maggioranza dei Catalani. Catalani di sinistra o di centrodestra che non hanno nessun complesso o timore a definirsi “nazionalisti” (diversamente da quanto accade in Sardegna), liberali, solidali, accoglienti anche verso i vecchi e nuovi immigrati, che in generale si integrano in catalano. 

A ben vedere, cadute le ideologie, il nazionalismo di liberazione alla catalana è oggi l’energia più moderna e dinamica che ci sia, contro i poteri degli stati-nazione. Sembrano finite le illusioni di chi pensava che stare in un contenitore-stato più grande servisse ad aumentare i diritti dei popoli. Che si tratti degli indigeni d'America o delle nazioni senza stato d'Europa, ormai sono in movimento intere nazioni e non solo classi, perché sono in pericolo esistenza e diritti di interi gruppi umani.
Se in Sardegna la componente identitaria e nazionale sarda non sarà il motore di un processo di liberazione nazionale e sociale, che costruisca anche un europeismo dal basso, difficilmente usciremo dal ribellismo economicista che, pur all'insegna di "indipendèntzia", rischia di essere recuperato con nuovo assistenzialismo e dipendenza. 

Se sapessimo fare nostra la lezione catalana degli ultimi trent'anni, dovremmo cominciare dalla lingua, vero motore del loro progetto nazionale. Purtroppo, eccetto qualcuno anche in posizione dirigente, quasi tutto il movimento "indipendentista" è italianista nell'azione quotidiana. In generale, dirigenti e militanti parlano in italiano, quasi tutta la propaganda, i siti internet, i blog, i discorsi, i congressi, le riunioni, la comunicazione interna e esterna è in italiano!

Si dirà che il colonialismo ci ha ridotto così. Sarà pure. Ma è ora di cambiare, dunque! Facciano una rivoluzione interna, si convertano al sardo, così come imparano altre lingue. Perché non basta inserire il sardo nei programmi politici. Fino a quando i nostri indipendentisti, vecchi e nuovi, non saranno capaci di fare a meno dell'italiano per il loro funzionamento e la comunicazione, saranno 'dipendenti' dalla lingua del potere che vogliono negare e cancellare. Se non si dimostreranno capaci di questo cambiamento praticamente oltreché idealmente, come possiamo pensare che siano capaci di ottenere risultati più complessi, come la sovranità o l'indipendenza?


#Diegu Corràine

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