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14/03/2016

Sardi in Europa

Intervista di Silvano Reina a Diego Corraine

[limba, natzione, indipendèntzia, Còrsica-Sardigna]

SR: Nella nostra finzione siamo ai primi passi dell'indipendenza della Sardegna. Che valore ha per lei questo atto? 

DC: È sicuramente lo sbocco di un processo millenario, che, pur discontinuo, ha dato ai Sardi ciò che loro naturalmente spetta: la sovranità sulla propria isola. In questo millennio, si sono alternati secoli di sovranità con secoli in cui la dipendenza da potenze straniere ha segnato il nostro destino. Ricordiamo quanto sangue sia costata la difesa della nostra indipendenza e quanti uomini e donne valorose si siano mossi in diversi momenti della nostra storia per difendere il diritto della nostra nazione alla sovranità statale. Non abbiamo ceduto nulla. Tutto ci è stato strappato. Anche la lingua, ufficiale per più di tre secoli, sviluppata e completa per ogni uso, è stata messa da parte, nell'uso ufficiale, dalle lingue dei colonizzatori: prima catalano, poi spagnolo e poi italiano. Nonostante ciò, il sardo è rimasto saldo nella bocca della nostra gente, in ogni secolo ci ha dato testimonianze importanti di lingua scritta, è tuttora forte e popolare, anche se minacciato dalla onnipresenza dell'italiano. Possiamo vantarci, comunque, di avere una lingua che, a dispetto di tutto e di tutti i suoi nemici, sta per compiere il millennio di vita. Ecco, proprio la nostra storia linguistica riflette bene le nostre vicissitudini politiche.

 Ma anche il dominio straniero non è mai stato scontato e sicuro. Abbiamo avuto alcuni momenti della nostra storia, in cui, anche se in modo contraddittorio (conformemente alla visione del mondo, del potere, del governo, tipico dell'epoca in tutta Europa), si è lottato con accanimento contro il dominio esterno. Pensiamo all'ultimo tentativo di Leonardo Alagon di scrollarsi di dosso il dominio catalano, finito il 19 maggio 1478 a Macomer con la sua sconfìtta e una prigionia quasi ventennale nel carcere di stato dei Catalani a Xativa, in cui morì attorno al 1494; per non dimenticare il glorioso triennio rivoluzionario 1793/96, in cui gradatamente si forma un solido spirito nazionale sardo, chiaramente tra le classi più colte e borghesi, come del resto in altre parti d'Europa. Anzi, il nostro fu uno dei primi movimenti democratici dopo la Rivoluzione del '89. Benché prendesse le mosse da rivendicazioni di carattere popolare ed economico, i più avveduti tra gli intellettuali di allora capirono che erano in ballo interessi di tipo 'nazionale' sardo che li contrapponeva ai nuovi colonizzatori piemontesi. Il movimento, del resto, prende maggiore chiarezza nell'esilio parigino di molti dei capi della Rivoluzione sarda, fino ai drammatici ma gloriosi tentativi del 1802 di instaurare, sotto la guida del prete Francesco Sanna-Corda e del notaio Cilocco, una Repubblica Sarda, sotto la protezione della Repubblica francese. Da notare, per le conseguenze successive, che in tutta questa temperie rivoluzionaria sarda, emergono, come in eventi analoghi altrove, le due anime della nostra borghesia, una al servizio del padrone di turno, anzi curatrice degli interessi stranieri, e l'altra portabandiera dei nostri interessi nazionali di sardi. Il catastrofico fallimento del nostro ultimo evidente tentativo di insurrezione indipendentista, con l'uccisione del Sanna-Corda il 19 giugno del 1802 e l'impiccagione il 25 luglio dello stesso anno del Cilocco, (come prima e dopo il 1802 la impietosa repressione di ogni forma di resistenza), mostrano il reale volto coloniale della presenza piemontese in Sardegna. Al contempo mostrano ancor oggi a tutti noi il coraggio e la determinazione nazionalista e rivoluzionaria dei "Martiri Sardi del 1802" di cui siamo figli.

 Dopo questi eventi, che cosa fu la presenza piemontese nella nostra isola se non la determinata e fredda eliminazione di ogni pur timido tentativo di ribellione, con la eliminazione drastica e violenta di ogni residuo di borghesia nazionale sarda, condannata all'esilio o all'omologazione, fino al culmine della ridicola "fusione" col Piemonte del 1848, che toglie ogni aspetto formale di autogoverno della nostra Isola?

Intende parlare della cosiddetta "fusione" che decretò la totale scomparsa di ogni forma di autonomia che il Piemonte si era impegnato a rispettare all'atto di ereditare il dominio sulla nostra Isola a seguito del trattato di Londradel 1718? 

Già, proprio di quella. Una farsa vera e propria che serviva ai Piemontesi per dominare meglio l'Isola, attribuendo ai Sardi la volontà di "fusione" facendo quindi ricadere su essi la decisione di annetterla completamente. In realtà, com'è noto, questa volontà interessò solo una parte della borghesia sarda, piemontesizzata, quella cagliaritana in particolare. È pur vero che le istituzioni "autonome" cui si rinunciava (i 3 Istamentos) erano connesse alla natura del Regnum Sardiniae, che altro non fu che un'invenzione di papa Bonifacio VIII, che, attribuendosi la sovranità della Sardegna, ne affidò la corona nel 1297 a Giacomo II d'Aragona per portarlo dalla sua parte. Fu in verità un passo contro l'indipendenza residua della Sardegna, contro lo Stato di Arborea, quindi uno strumento di coloniazzazione. Dopo tanti secoli, comunque, anche gli Istamentos, sola istanza sarda nei confronti del potere, cessarono di esistere. Come in precedenza, l'abolizione dei feudi e la legge sulle chiudende erano state lo strumento per gratificare e dare forza a una borghesia ormai asservita agli interessi esterni. Sola voce autorevole ma isolata contro questo processo di omologazione introdotto dalla "fusione" fu quella di Federico Fenu1 che, nel 1848, pur riaffermando la sua fedeltà a Casa Savoja (poteva fare diversamente senza essere duramente colpito, vista la terra bruciata fatta nei primi anni del secolo attorno ad ogni manifestazione "rivoluzionaria"?), rivendicava per la Sardegna un governo e una costituzione propri, in un quadro federalista. Il Fenu per esemplificare le condizioni della sua Isola, la paragona all'Irlanda nei confronti dell'Inghilterra: "Così ancora quando si è voluto incorporare l'Irlanda all'Inghilterra si è fatto un pasticcio, il quale ha prodotto, e produrrà se non si rimedia, immensi danni. Occorrono tra i popoli tali differenze di stirpe, di costumi, di genio, d'indole, che volerli fondere si è il medesimo che distruggerli ambidue se uguali, opprimere la parte più debole se disuguali. Ora la Sardegna dista dal Piemonte di stirpe, di costumi, d'indole, di genio, forse più che gl'Italiani dagl'Inglesi". Prosegue col dire che: "i suoi più gravi mali [quelli della Sardegna] sono i ferri che le stringono le membra, questi vogliono esser rotti, non aggravati se si vuol che cammini. [...] E poi la Sardegna è bastantemente generosa per sapere preferire la libertà al servaggio, l'indipendenza all'abbiezione, anche quando fosse condannata a trarre vita povera, il che è tanto falso; quanto è vero che l'Onnipotente l'ha fornita di quanto si richiede alla floridezza non che al benessere". L'articolo del Fenu abbonda di considerazioni e riflessioni di grande attualità, tra le quali è diffìcile fare una scelta esemplificativa. Ma, fra tutte, quella più esplicitamente "indipendentista" ma anche internazionalista ed "europeista" è questa: "Il popolo Sardo ha costumi, indole, lingua, storia, posizione geografica, tutte proprie, tutte d'un popolo a disparte. Perché si pretende così giustamente che l'Italia formi una nazione separata e distintissima dalla Francia, dall'Austria, ecc.? Perché ha costumi, genio, idioma, storia e terreni propri, i quattro primi bastantemente distinti da quelli degli altri popoli, e l'ultimo segnato a dito dell'Onnipotente che la cingeva della lunga, alta e fortissima barriera delle Alpi. Ebbene in piccolo, quasi in miniatura la Sardegna ha tutti questi distintivi, anzi la sua naturale separazione e quasi direi la sua personalità è più risentita. Qual paese può essere più circoscritto d'un'isola come la Sardegna? Inoltre, allorquando specialmente le si unirà la sua piccola sorella la Corsica e la popolazione crescerà, come si deve sperare, formano uno spazio più grande dello Stato della Chiesa non che della Toscana: ora, se questi due possono formare due Stati sovrani, perché quelle non potranno avere una semplice costituzione a parte? [...] L'Italia, anzi l'Europa ci ammirerà se riusciremo a risuscitare la nostra sepolta patria. Pensiamo prima a riedificare la nostra casa, e poi potremo pensare a quella degli altri".

E ancora: "...perché i popoli che non sono liberi si avviliscono, si snervano, si scoraggiano a petto delle grandi difficoltà, dei molti ostacoli chi si parano allo sfogo delle speculazioni ai calcoli dell'industria. [...] finché la Sardegna non sarà sciolta da ogni catena, finché non sarà libera di provvedere ai suoi casi, essa non risorgerà a dispetto di tutte le gratuite asserzioni contrarie". In Fenu non c'è nessun sentimento di chiusura, anzi, egli sostiene che la prosperità è legata alla libertà di governarsi da soli e alla conseguente apertura produttiva e commerciale verso l'Italia e il Mediterraneo, di cui diverrebbe l'emporio. Anche l'idea del Fenu di una comunità sardo-corsa è di grande attualità, una maniera di intendere l'integrazione europea a partire dalle affinità, superando le barriere degli stati-nazione artificiali, veri e propri "mangia-nazioni".

Sardegna e Corsica insieme? 

E perché no? Sarebbe una comunità bi-nazionale: una Sardegna che ha i connotati dell'indipendenza e una Corsica che avesse le stesse possibilità, in un processo democratico, dentro la cornice dell'Unione Europea, potrebbero costituire una comunità interna all'Europa, un ponte per costruire una vera Europa delle nazioni.

Se non fosse stato per la storia che ci ha divisi, un processo del genere sarebbe già forse avvenuto.

 
 In che senso? 

Ricordiamoci che l'appartenenza di Sardegna e Corsica a due stati diversi ha portato i rispettivi, nel corso del tempo, a difendere interessi contrapposti. Pensiamo al momento più alto della nostra rivendicazione nazionale: il triennio 1793/96. Allora i Sardi combattevano i Piemontesi e si appoggiavano sui Francesi, che avrebbero dovuto aiutarli a fondare una Repubblica sarda. Al contempo, i rivoluzionari ed indipendentisti della Corsica, sotto la guida di Pasquale Paoli, combattevano i Francesi con l'appoggio degli Inglesi e dei Piemontesi. Insomma, per cercare di rinforzare il proprio movimento, ciascuno cercava rinforzi e aiuto presso il nemico dell'altro. Naturalmente, persero entrambi. È, questo, a volte, il destino dei piccoli popoli che cercano di rinforzare la propria causa, sfruttando le contraddizioni e gli interessi internazionali. Esempio lampante attuale è quello dei Curdi, presenti in più stati, costretti un tempo ad allearsi con gli Iraniani per combattere gli Iracheni o i Turchi e viceversa.

Ma in realtà, con quella fusione il popolo sardo non esercitò una specie di autoderminazione? 

Come ho già detto, credo di no. Fu un'operazione pilotata da Cagliari, da una ristrettissima cerchia di borghesi —come sosteneva lo stesso Fenu—, eredi della controrivoluzione piemontese, che aveva tutto l'interesse ad assecondare (anzi a fare da tramite) gli interessi esterni. La storia è chiara. Con la vittoria catalana sui sardi, il potere che ci viene imposto è di tipo coloniale: ci viene tolta la sovranità e non ci viene restituita se non con la costituzione della Repubblica Sarda, che rimane l'unico vero processo di de-colonizzazione. La nostra sovranità era rimasto un diritto sospeso che attendeva di essere riconquistato. La "fusione" certo non può essere presentato come un processo di affermazione di sovranità, di autoderminazione, ma come il completamento della colonizzazione, di tipo interno. Non era certo il risultato di un referendum che avesse come alternativa la sovranità. Dunque non si può definire autodeterminazione la decisione di rinunciare al diritto di sovranità senza possederla o poterla votare come possibile opzione.

 
Va bene la storia, ma parliamo dell'oggi, di questa Indipendenza. Come è potuto accadere, dopo tanti anni in cui sembrava trionfare un sentimento contrario?

Semplicemente perché i Sardi, organizzati nei partiti, hanno superato le divisioni ideologiche, anteponendo il sentimento e gli interessi nazionali, da Sardi. Questo non vuol dire che si cancellino le diverse concezioni del mondo e del governo della cosa pubblica. Si può essere per la sovranità e l'indipendenza pur essendo di destra, centro o sinistra.

In ogni caso, non si può essere per la sovranità se non si ha o non si è consolidato un forte senso e coscienza di appartenenza nazionale sarda, che coinvolge la nostra storia personale e collettiva. Il sentimento nazionale può essere fondato solo su una identità collettiva robusta.

Ma tutto sommato, non suona anacronistica dentro la cornice dell'Unione Europea?

Tutt'altro. Intanto ricordiamo che i piccoli popoli non hanno mai mosso guerra a nessuno ma semmai hanno subito quelle iniziate dai grandi stati d'Europa; che essi quindi fanno scuola agli altri in quanto a tolleranza, apertura, spirito pacifico. Se hanno combattuto (e alcuni combattono ancora, come nel caso dei Kos-sovari) è per difendersi e difendere la propria esistenza. Perché dovrebbero soccombere solo perché altri sono o sono stati più forti di loro? Quasi tutti i piccoli popoli, poi, stanno a cavallo dei confini dei grandi stati e sono più di altri abituati allo scambio, all'apertura, al confronto, alla differenza. Rompiamo gli Stati-prigione e costruiamo l'Europa tutti su uno stesso piano di parità, dando a tutti la più ampia sovranità compatibile con gli interessi comuni. In modo che solo alcuni abbiano privilegi o possibilità che non siano disponibili per tutti. Diversamente non sarà premiata l'efficienza e l'intraprendenza, ma ci sarà una parte, la più debole, che vivrà di accattonaggio economico, furberia, espedienti, il tutto condito col piagnisteo nei confronti dei centri di potere degli attuali stati che solo l'arma dei pigri.

Quindi, il rafforzarsi dell'UE non va contro agli interessi dei Sardi

Non penso. È dentro una Unione rinnovata, che parallelamente alla diminuzione dei poteri degli Stati membri, rafforzi i propri poteri generali, che deve trovare spazio la sovranità della Sardegna, dentro una comunità di popoli e nazioni paritariamente sovrane. Come pensare di governare efficacemente il territorio dell'Unione, destinato a diventare sempre più vasto, se i popoli che la compongono, piccoli e grandi, non saranno cointeressati ad essere difensori del proprio ambiente, della propria cultura, della propria lingua. Tutto funzionerà meglio in questa Europa se ciascuno dei suoi membri sarà responsabilizzato a governare, nell'interesse generale, sul proprio territorio. Se non lo faranno i popoli che vivono da secoli sul proprio territorio, chi lo farà? La sovranità di ciascuno, quindi, non solo è giusta ma necessaria. Deve partire dalla coscienza e volontà che a ciascuno è data in carico (positivo e negativo) un pezzo d'Europa e che ognuno è responsabile del proprio nei confronti degli altri. Sapendo che non si può demandare a nessun altro il governo della propria casa, tanto meno a chi ne è lontano, si potrà ottenere un vantaggio reciproco e generale. Naturalmente adottando e poi rispettando regole e criteri comuni. Forse allora, sarà anche possibile accettare anche sacrifici, sapendo che gli altri faranno lo stesso. In sintesi saremo tanto più europei quanto più saremo sardi, italiani, bretoni, francesi, catalani, spagnoli, ecc. e viceversa.

Chi accusa posizioni come la nostra di chiusura si sbaglia. Intanto i Sardi (come gli altri piccoli popoli d'Europa) non hanno mai oppresso o dominato nessuno altro, mentre è vero il contrario.

Avremmo mille motivi per chiuderci agli altri, ma la nostra indole e i nostri interessi ci spingono in direzione contraria.

Ma secondo molti, le leggi dell'economia vanno contro l'indipendenza. 

E chi l'ha detto? Nonostante la globalizzazione dell'economia, continuano ad esistere centinaia di stati, di governi, di "indipendenze" che producono, scambiano beni, capitali, manodopera, intelligenze, conoscenze, tecnologie.

Oggi, indipendenza non vuol dire stabilire barriere con filo spinato, una grande muraglia con porte che si aprono e chiudono a ore stabilite e guardiani implacabili. Una indipendenza così configurata è antistorica. Non la vuole nessuno, neppure noi. Vedo che molti dei nostri detrattori non si sognano di rimproverare a nessuno la loro indipendenza né di giudicarla sorpassata. Perché noi (o solo noi), avendo riconquistato la sovranità e costruito la stessa indipendenza degli altri, saremmo contro il buon senso e la Storia?

L'indipendenza può essere praticata senza confini evidenti, senza passaporti. È più una dimensione culturale e politica che geografica.

Ma gli Stati sono un'altra cosa. 

I problemi del mondo di oggi non derivano dal numero degli stati: uno in più o in meno non rompe nessun equilibrio. Si fa un gran parlare di intangibilità dei confini, ma poi, di fronte alla determinazione dei popoli, anche i recalcitranti si convincono o si adattano ai dati di fatto. Pensiamo, per esempio, allo scandalo di molti quando la Slovacchia aveva deciso, democraticamente, di separarsi; molti avevano proclamato che si trattava di un passo indietro, di un movimento fascista, reazionario. Gli Svolacchi non si sono fatti intimidire e hanno ottenuto quello che volevano. In fondo non è successo nulla di ciò che si temeva, la comunità internazionale ha digerito anche la Slovacchia, come pure la Slovenia, la Croazia, la Macedonia, per non parlare dei paesi ex-sovietici.

Tutto quanto è accaduto con la caduta dei sistemi a "democrazia popolare" ci insegna che, seppure gli stati che dichiarano la propria sovranità, con una soluzione di tipo federalista o indipendentista,   non   avessero   grandi   miglioramenti   rispetto   alla condizione precedente, sicuramente non avranno peggioramenti. E in ogni caso, seppure li avessero, a quel punto non potrebbero rimproverarlo se non a sé stessi. La sovranità aumenta l'intraprendenza e toglie ogni spazio alle lamentele, all'assistenzialismo nei confronti dello stato "patrigno". Non è quindi uno stato in più che complica la vita internazionale, ma semmai la sopraffazione e la negazione dei diritti degli altri.

Ricordiamo che molte nazioni hanno avuto accesso all'indipendenza e l'hanno celebrata con grande retorica ma, a dire il vero, hanno costruito stati che inglobavano altre nazionalità cui non sono stati (o non sono) disposti a concedere lo stesso diritto all'autoderminazione e all'indipendenza. L'Italia, per esempio, e quasi tutti gli altri paesi d'Europa. In tutto questo c'è uno sfacciato paternalismo che nasconde atteggiamenti coloniali recenti o passati. Si negano i diritti alla sovranità ai piccoli popoli inglobati dentro il proprio stato, a volte negandone l'esistenza (per esempio dei Curdi in Turchia, definiti semplicemente Turchi della montagna), a volte sostenendo che al popolo in questione non conviene, perché non sarebbe capace di star da solo oppure perché sarebbe contro l'economia (ma quale?) e la Storia.

Sarebbe come impedire o sconsigliare a uno di stare solo perché suppostamente (e paternalisticamente) ritenuto incapace di badare a sé stesso e di essere autosufficiente. Che bontà!

Ma forse le cose non stanno davvero così. 

Macché. Un triste esempio di questo modo di ragionare è sicuramente ancora nella memoria di molti: il caso dell'Algeria. Sicuramente ricorderà che i comunisti francesi, anticolonialisti, antimperialisti con le colonie degli altri, quando si tratto di prendere posizione, preferirono, in un primo tempo, essere contrari all'indipendenza, col pretesto che l'Algeria, una volta libera, avrebbe potuto, per la sua debolezza, cadere nelle grinfie di una altro imperialismo. Un po' come il padre che impedisce al figlio maggiorenne di uscire da solo per evitare che frequenti cattive compagnie. Meglio il colonialismo francese, dunque, per i comunisti, pur sempre francesi.

Non bisogna neppure cadere nell'utopia dello Stato universale, per togliere il diritto ai piccoli popoli di costruire la propria sovranità, quando poi nessuno degli stati forti rinuncia alla propria esistenza. E come l'utopia della lingua universale, che viene invocata tutte le volte che una lingua chiede una sua ufficializzazione. C'è ancora qualcuno che dice più o meno: "che senso ha proporre l'ufficializzazione di un'altra lingua quando semmai ci serve una lingua di uso più vasto"? Chi lo dice, naturalmente non intende rinunciare alla propria, per quanto piccola. E allora, che senso ha rinunciare al sardo (e nel nostro caso alla sovranità dei Sardi), visto che nessun altro fa spontaneamente la stessa rinuncia, e anzi cerca di imporsi sugli altri? Convinciamoci, allora, che è giustissimo mantenere la nostra lingua (e rivendicare la nostra sovranità), e al contempo imparare altre lingue (e rispettare le altre sovranità).

Gli equilibri del mondo (e tanto meno quelli dell'Europa) quindi non sono messi in discussione da uno Stato sardo, uno dei tanti, ma dalla tendenza alla ingerenza e alla sopraffazione degli uni sugli altri.

Come nel caso della ex-Jugoslavia? 

Esattamente. Per decenni la Federazione Jugoslava era stata proposta come modello di "uguaglianza" fra le nazioni. In realtà, come in quella metafora straordinaria del "socialismo reale" che è la "La fattoria degli animali" di G. Orwell, in Jugoslavia c'era qualcuno che era... più uguale degli altri, la Serbia, con tutte le conseguenze del caso. Come la Russia nell'ex-Unione Sovietica. Sotto un manto apparente e formale di uguaglianza, il gruppo più forte dominava gli altri, con conseguente sopraffazione economica, politica, culturale, linguistica delle altre nazioni e repubbliche.

Il problema quindi è quello di accettare che, davvero, tutti i protagonisti di una federazione o di una comunità, contino effettivamente e siano rispettati. Ma si sa quanto questo sia difficile. Ecco perché molti, preferiscono star da soli, ben sapendo che i loro problemi non finiscono e che i rapporti di forza tra deboli e forti continuano anche nell'arena internazionale.

Ma ciò non rischia di portare a una deriva nazionalistica? E il nazionalismo non rischia di essere —come molti sostengono— una deviazione pericolosa della politica? 

Per nulla. In realtà, nazionalismo è la difesa del diritto delle nazioni ad esistere in quanto tali, a realizzare condizioni di sovranità per chi ne è privo, contro i poteri che vorrebbero sopprimerle o negarle. E questi poteri possono essere (o sono in generale) costituiti da un'altra nazione che opprime. Dunque esiste una nazionalismo esclusivo, oppressore (per esempio quello turco ma anche quello italiano, francese, inglese, spagnolo), che nega il diritto ad esistere per altre nazioni. È il nazionalismo delle nazioni numericamente maggioritarie all'interno di uno stato (se a composizione plurinazionale) a discapito delle nazioni numericamente minoritarie, che si difendono con un nazionalismo solidale, paritario, davvero inter-nazionalista.

Come si fa a confondere l'uno con l'altro, a mettere sullo stesso piano aguzzini e vittime? Il diritto all'autodeterminazione, sancito anche da tutte le Carte internazionali è chiaramente in favore delle nazioni che vogliano liberamente conquistare la sovranità, anche se gli Stati dominanti mal sopportano questa eventualità e fanno di tutto per negarla allo nazioni oppresse, soprattuto se piccole e senza protettori potenti esterni.

Sì, ma l’Unione Europea? 

Ci arrivo. Il concetto di sovranità per tutti non è in contraddizione con l'appartenenza a una entità più vasta, quindi neppure quello di una comunità sarda sovrana dentro l'Unione.

Siamo una comunità nazionale millenaria ben definita, con mia lingua che ne costituisce l'elemento di continuità. Perché a noi non si dovrebbe riconoscere ciò che agli altri è consentito?

In realtà, la Repubblica Sarda, in quanto espressione della nostra volontà, dovrà essere accettata, d'ora in poi, anche dagli altri.

A questo punto, c'è sempre qualcuno che, per colpire la nostra affermazione di sovranità, sostiene che lo Slato è una dimensione politica e istituzionale superata. Perché volere a tutti costi e difendere lo Stato italiano così com'è e scandalizzarsi se si vuole porre la Sardegna dentro un'Europa di popoli, ciascuno sovrano nella propria terra?

Del resto, sappiamo che nessuna indipendenza è davvero del tutto tale, che tutte sono inter-dipendenti. Nessuno vuole chiudersi ma semmai averi potere e sovranità per relazionarsi, su un piano di parità, con «li altri, senza tutele. L'indipendenza non è altro che "non dipendenza", manifestazione di aver raggiunto la maggiore età, di poter contare e decidere, con una propria personalità. Perché "mettere su famiglia" in proprio viene salutato come segno positivo a proposito di rapporti umani e non dovrebbe valere lo stesso per i rapporti tra popoli? Quindi una Repubblica Sarda dentro l'Europa mette finalmente alla prova la nostra capacità di intraprendenza, di metterci dentro i mercati, di confrontarci, di aprirci. Il contrario (isolarsi, chiudersi) non ha senso, è solo un argomento che ci attribuiscono gli avversari, per loro comodità.

Senza contare che le ragioni della sovranità e dell'indipendenza non sono solo economiche, ma sono fondate, come quasi tutte le altre indipendenze, su ragioni etniche, culturali, linguistiche. Perché a noi dovrebbe essere impedito ciò che per gli altri è norma?

Ma senza l'Italia, qualcuno sostiene che non ce la faremo; che la Sardegna ha solo 24.000 km quadrati di superficie e poco più di un milione e mezzo di abitanti e che quindi non conterà nel contesto internazionale. 

Intanto, come Repubblica Sarda, vorremmo contare almeno quanto le decine e decine di piccoli stati (molto più piccoli del nostro) sparsi per il mondo, che nessuno mette in discussione. È poi assolutamente chiaro che non ce la faremo senza rapportarci con gli altri, compresa l'Italia. Ma non nel senso che gli altri "ci devono" dare da mangiare. Dovremo vendere e comprare. Non possiamo vivere in eterno da assistiti. Bisogna smetterla con l'idea che sono gli altri a permetterci di vivere. Come hanno fatto i Sardi finora, che per secoli e millenni sono stati depredati? O non si dirà che dobbiamo ringraziare tutte le potenze che ci hanno colonizzato perché ci hanno degnato della loro generosità, che ci hanno dominato per darci qualcosa. Non si è mai visto in nessun posto. Semmai il contrario. Le potenze coloniali hanno sempre distrutto le economie locali (e tutti gli altri segni della nazionalità) e hanno creato dipendenza. Anche ora, purtroppo, nonostante molti stati abbiano raggiunto l'indipendenza formale. Se molti stati di nuova indipendenza sono condizionati dagli stati ex-coloniali, ciò non può essere giudicato favorevolmente. Non possiamo condannare l'idea di sovranità o di indipendenza solo perché per molti stati questa è solo fittizia o limitata. Pensiamo ai rapporti di dipendenza di molti paesi latino-americani dagli interessi USA. Solo perché molti paesi sono a sovranità limitata, dovremmo condannarli a perderla del tutto?

Se noi Sardi abbiamo continuato a vivere nonostante la dipendenza e la depredazione, vuol dire che abbiamo la capacità di vivere meglio da non-dipendenti.

E poi, l'Unione Europea non è legata strettamente da rapporti di collaborazione dentro il Gruppo degli Stati ACP-UE (70 stati di Africa-Caraibi-Pacilìco, più gli stai dell'UE), stati indipendenti a volte di piccolissime dimensioni e ristretto numero di abitanti?

Tutti questi stati hanno tanti e gravi problemi, molti hanno risorse naturali e umane e altri no, ma nessuno si sogna di dire che starebbero meglio se tornassero sotto le ali degli ex stati colonizzatori.

Certo, è necessario che la classe politica che governa la Repubblica Sarda sia conscia di operare in prima persona, esercitando tutta la sovranità di cui è investita, e non addossando ad altri (per es, all'antica capitale dello stato di appartenenza) la responsabilità degli insuccessi per poi chiedere protezione e soccorso. Dovrà essere una classe politica non levantina e non asservita ad interessi esterni.

Ma, per noi che siamo già un'isola, non si otterrebbe più isolamento? 

Più di così? Oggi, davvero siamo "isola", solo periferia dell'Italia e dell'Europa. Poi, non è tanto il fatto di essere fisicamente un'isola che ci "isola" quanto il fatto di esserci adattati ad esserlo mentalmente, a coglierne solo gli "svantaggi", quasi fosse solo un problema di distanze, che è tutta relativa. La mentalità dell'isolamento oggi più che mai proviene dall'atteggiamento subalterno tipico del figlio che si sente trascurato dal padre e vive di recriminazioni, chiedendogli di fare ciò che lui non si sente di fare anziché prendere il timone della propria vita. E poi, distanza da dove e perché? I moderni mezzi di trasporto e la telematica accorciano tutte le distanze.

Se si è animati da intraprendenza, non è concludendo affari col vicino di casa che si dimostra la propria bravura. Se si vuole e si creano le condizioni (assoggettandosi, per es. ad una riduzione concorrenziale del costo del lavoro, dell'energia e di altre, compensata da interventi di tipo sociale sulla casa e sui consumi dei lavoratori), non ci sono distanze che tengano. Taiwan e altri paesi insegnano.

Quindi la Sardegna può, da ora in poi, assumere un ruolo internazionale?

Finalmente, direi. Ora possiamo davvero esplicare la nostra vocazione mediterranea, fare da cerniera tra Africa e Europa, come molti in passato proponevano o sognavano. Anche se non si rendevano conto che l'ostacolo era la dipendenza, la mancanza di sovranità, e che, come diceva il Fenu "i popoli che non sono liberi si avviliscono, si snervano, si scoraggiano a petto delle grandi difficoltà; dei molti ostacoli che si parano allo sfogo delle specolazioni ai calcoli dell'industria. Adunque, applicate alla Sardegna questa continua infallibile esperienza, e ne dedurrete che finché la Sardegna non sarà sciolta da ogni catena, finché non sarà libera di provvedere ai suoi casi, essa non risorgerà a dispetto di tutte le gratuite asserzioni contrarie". Solo con la sovranità, "se si levano alla Sardegna le pastoie diventerà realmente l'emporio del commercio del Mediterraneo"2.

Quindi, la sovranità non costituisce solo valore aggiunto e condizione della nostra identità nazionale ma anche del benessere sociale ed economico. Anzi, l'Unione Europea di cui facciamo parte come comunità ha tutto l'interesse a potenziare la nostra sovranità, per favorire la nostra intraprendenza nell'interesse comune.

Quali sono le implicazioni linguistiche dell'indipendenza?

Il sardo, in quanto lingua propria della Sardegna, deve essere la lingua ufficiale. Una lingua moderna e adatta a tutti gli usi privati e pubblici. Naturalmente, per svolgere questo ruolo non può fare a meno di perfezionare una lingua scritta di riferimento, che non sostituisce le varianti locali ma anzi le affianca, come lingua di servizio e di intercomprensione nazionale dentro la nostra Isola. Siccome abbiamo interesse agli interscambi, dovremo essere capaci di padroneggiare altre lingue di uso internazionale, compreso l'italiano, cui non serve rinunciare.

[dal libro INDIPENDÈNTZIA: IL GIORNO DOPO, Insula Nuoro 1999]


#Diegu Corràine

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Ordinàrios: Chie est de acordu cun sos printzìpios de sa SLS e nde cumpartzit sas finalidades Currispondentes: Chie connoschet sa limba sarda orale, nde pràticat sa norma iscrita e collàborat dae sa bidda sua a traballos de istùdiu linguìsticu e a su Ditzio...  [sighit]

Manifestu  de sa Limba Sarda

de sa Sotziedade pro sa Limba Sarda

 In ocasione de sa Die Europea de sas Limbas 2013, proclamada e promòvida in su 2001 dae su Cussìgiu de Europa, festada cada annu su 26 de cabudanni, sa Sotziedade pro sa Limba Sarda at publicadu su in una pàgina Facebook custu Manifestu in 10 puntos pro ponnere in craru e ...  [sighit]

SA LIMBA SARDA COMUNA E SA SOBERANIA LINGUÌSTICA

de Diegu Corràine

Mai comente in custos annos amus iscritu in sardu. E mai amus iscritu, che a como, in cada dialetu de cada bidda e logu. Sas retes sotziales e sos mèdios telemàticos e informativos modernos cunsentint a cadaunu de iscrìere finas in sardu, comente li paret. Sende chi tenimus una ...  [sighit]

FUNDU DE SA LIMBA SARDA

Sa paràula "fundu", in sardu, cheret nàrrere àrbore, mata, ma finas caudale, dinare, richesa.  In custa pàgina de su FLS, "fundu" est una cantidade de dinare dadu dae pessones de bonu coro, chi sunt interessadas a su tempus venidore de sa limba sarda, paragonada a u...  [sighit]

SOBERANIA

Sa soverania est su podere supremu de: a) rinuntziare a cale si siat podere pròpiu, b) de apartènnere a un'àteru istadu rinuntziende a cale si siat distintzione natzionale, c) de otènnere formas de autonomia natzionale, d) de formare una cunfereratzione istatale ...  [sighit]

"Pro otènnere in pagu tempus su domìniu internet de primu livellu .srd. Lu paghet sa Regione Sarda!"

de Diegu Corràine

Unas cantas limbas e natziones sunt resessidas a otènnere unu domìniu internet de primu livellu. Pro rapresentare un'identidade linguìstica, culturale, natzionale.Su primu chi, forsis, at abertu su caminu est “.cat”, domìniu intradu in vigore in su 2005, chi o...  [sighit]

"Ite nos imparat s'Assemblea de sa LS e de sas àteras limbas de su 15 de Santugaine"

de Diegu Corràine

S'Assemblea de sa limba sarda e de sas àteras limbas de Sardigna, fata in Santa Cristina su 15 de santugaine at cunsentidu de nos cunfrontare pessones e assòtzios chi fìamus dae meda sena nos aunire in su matessi logu pro cuncambiare ideas e leare pessos pro su tempus venidore.E...  [sighit]