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 NOA  La Nuova Sardegna  
Per tutelare la lingua sarda parlatela di più tutti i giorni
Giovanni Lilliu, Giuseppe Marci e Piero Marras parlano del passato e del futuro del nostro idioma tra speranze, delusioni e sogni ancora accesi
In gergo calcistico si chiama assist geniale: un passaggio intelligente che smarca un attaccante davanti al portiere, una palla-gol impossibile da sbagliare. Se Renato Soru cercava conforto nell'attuazione della sua politica linguistica, forse l'ha trovato più di quanto non sperasse. L'assist, un'illuminazione alla Chicco Piras (per citare un grande atleta di valore vero scomparso qualche giorno fa) viene da due personaggi ormai entrati nel mito della nostra appartenenza identitaria: il professor Giovanni Lilliu e il decano carismatico dei poeti estemporanei Peppe Sozu. Insieme con loro, altri due uomini molto noti, di generazioni successive: il cantautore Piero Marras e Giuseppe Marci, docente di filologia italiana all'Università di Cagliari. L'incontro con Giovanni Lilliu inizia con un dono. «Vorrei incoraggiare Renato Soru a continuare sulla strada intrapresa», dice l'illustre archeologo. «È venuto il tempo di concretizzare. Occorre fare di più e meglio», osserva ancora il professore. «Il meglio consiste nell'utilizzo della lingua. Perché il sardo torni ad essere vivo nel senso più luminoso del termine occorre parlarlo: condizione fondamentale per la vita di tutte le lingue del mondo. A me dispiace non poter essere pienamente in campo, altrimenti girerei ancora la Sardegna e direi a tutti: tornate a parlare la nostra lingua».
 L'accademico dei Lincei è ottimista: «La lunga guerra l'abbiamo vinta, ora occorre consolidare la vittoria», ammonisce. «Se penso agli anni Settanta mi conforto. C'è stato un periodo in cui ricevevo visite da parte di un tale che si diceva appassionato di archeologia: un poliziotto. Eravamo controllati: io, Sebastiano Dessanay, Antonio Sanna, Antonello Satta e altri. Il nostro impegno era bollato come eversivo o quasi. Penso all'esperienza di "Nazione Sarda", la bella rivista di Antonello Satta finita per l'ambizione di qualcuno che avrebbe voluto entrare in politica. Errore grave. Oggi il clima è del tutto diverso e il problema è un altro: dobbiamo muoverci senza perdere tempo in chiacchiere. Oltre che in Renato Soru, confido molto anche nella nuova responsabile dell'assessorato alla Cultura Maria Antonietta Mongiu, una collega archeologa che stimo profondamente». Uno dei nuclei di ostilità all'uso del sardo è, obiettivamente, l'Università. «Quando ero preside della facoltà di Lettere i professori erano tutti d'accordo, sardi e non sardi, Dc, Pci e Psi», rievoca Lilliu. «Oggi, invece c'è gente che frena: non potendo essere contraria alla luce del sole, agisce nell'ombra. Esistono leggi di tutela delle lingue, ma non sono sufficienti: una lingua si tutela parlandola, altrimenti il discorso non ha senso. Parlare, recitare, cantare: tutti i modi d'uso sono indispensabili». Sui ritardi della Chiesa Giovanni Lilliu allarga le braccia: «Non capisco il silenzio, dopo una prima fase di impegno. Forse c'è qualcuno che dorme. Spero soprattutto nel vescovo di Nuoro Pietro Meloni: so che è sensibile al problema e si sta dando da fare». Peppe Sozu, classe 1914, coetaneo e amico del professor Lilliu, vive a Bonorva, suo amatissimo paese natale. «Tiu Peppe» è il decano dei poeti estemporanei per i quali rappresenta un punto di riferimento imprescindibile, professionale e morale. Nel salotto della sua casa in via Torres mostra di avere le idee molto chiare: «La prima scuola di lingua deve essere la famiglia», puntualizza. «Lo sbaglio peggiore è stata la pretesa delle madri di insegnare ai bambini una lingua che loro stesse non sapevano, così si è prodotto quel minestrone che in sardo si chiama italianu porcheddinu». Il poeta ricorda il suo compaesano e amico linguista Antonio Sanna: «Antoni nde teniat un'ammàchiu de nebodes mios faeddende su sardu, Antonio si entusiasmava nel sentir parlare il sardo dai miei nipoti. B'at unu boidu, c'è un vuoto di vent'anni, nella trasmissione della lingua. Oggi non è più così, fortunatamente. Ma bisogna fare meglio». La scuola? «Può diventare un'altra palestra, a patto che i docenti sappiano il sardo, lo amino e riescano a trasmettere agli allievi le suggestioni profonde di cui la nostra lingua è messaggera». Con la Chiesa il grande cantore, cattolico praticante, non entra in polemica diretta ma ricorda: «Per cinquant'anni ho pregato in versi sardi Dio, la Madonna e i Santi nelle piazze di tutta la nostra isola. Penso di essere stato ascoltato, lassù si capiscono tutte le lingue». Peppe Sozu rivolge anche un invito a Renato Soru: «Il presidente mi ha promesso una visita: lo accoglierò volentieri». Una delle questioni irrisolte della questione della lingua riguarda la formazione degli insegnanti. Le polemiche? Investono soprattutto l'Università, accusata di non riuscire a formare nessuno o quasi. Giuseppe Marci, docente di filologia italiana e autore di una storia della letteratura sarda intitolata «In presenza di tutte le lingue del mondo», da molti anni dedica la sua attenzione anche agli autori che scrivono in sardo. Ma non è nella cerchia dei «formatori», chissà perché. Ecco il suo parere: «Sulla formazione degli insegnanti sarebbe tempo di fare cose serie, finalmente, non i pasticci fatti finora», questa la sua eloquente premessa. «È un campo smisurato e fertile, quello della lingua e della cultura sarda, ma è stato abbandonato da tempo e ora ha bisogno di essere dissodato e coltivato. Ho sperimentato più volte di persona quanto desiderio di apprendere ci sia nei nostri insegnanti, a condizione che gli si proponga un lavoro fatto con serietà».
 Da qualche stagione Piero Marras nota un'attenzione diversa, più intensa rispetto agli anni scorsi, nei confronti dei «pezzi» in lingua sarda proposti nei concerti. Anche a parlare la lingua? «Senza dubbio», risponde l'artista. «Non solo una maggiore disponibilità a parlarla, una consapevolezza piena che viene dal sentimento di appartenenza. La globalizzazione, quasi per una sorta di paradosso, ha fatto capire che se non c'è lo specifico tu non conti nulla: non ci sei proprio, non esisti. Qualcuno mi dice: ormai siamo tutti globalizzati. Io rispondo con due parole: tutti chi? E aggiungo: se rivendico una mia identità e ho la fortuna di appartenere a uno specifico, io sono diverso. L'unica via di salvezza dall'omologazione è rivendicare la propria identità, lingua in primo luogo. Quand'ero consigliere regionale mi sentivo ripetere: oh, guarda che io il sardo lo parlo, come se mi volessero dare un contentino». Oggi invece? «Oggi c'è l'identificazione. Se escludiamo in parte le città, nei centri medio-piccoli esiste l'orgoglio dell'appartenenza», osserva Marras. «Finalmente l'individuo si riscopre persona e si ritrova a non fare più parte del gregge globalizzato. Tutte queste cose Soru le ha intuite straordinariamente, ora da lui mi aspetterei l'avvio di un'indagine serie della Asl sulle tante morti sospette di Sarroch. La Saras è incompatibile con la visione del mondo e con la politica ambientale che Soru ci prospetta e che ci piace». Tornando allo specifico dell'uso del sardo nel canto, Piero Marras non ha peli sulla lingua. C'è chi usa sa limba solo perché va di moda? «Faccio una premessa: c'è una sovrabbondanza di produzione, ma anche nella musica quantità non vuol dire qualità. Così assistiamo a spettacoli improponibili e vediamo figure improbabili, maschili e femminili. Andrea Parodi e Maria Carta purtroppo non ci sono più». Occorrerebbe sfrondare? «Ci vorrebbe uno screening. Cantare in sardo comporta anche un mutamento nell'impostazione della voce perché con la lingua torni al linguaggio dell'anima, qualunque cosa tu dica». Nota finale: nel mondo dei poeti di meditazione si registra un notevole rammarico nei confronti del ritardo nell'uso pieno della lingua sarda in chiesa. Eppure poeti come Antonio Maria Pinna, Giovanni Piga, Salvatore Murgia, Pinuccio Giudice Marras e altri sono autori di canti religiosi di grande bellezza. Qualche anno in un convegno fa la poetessa Anna Cristina Serra aveva detto polemicamente: «Gesù Cristo parlava la lingua di Nazareth e nel momento dell'agonia sulla croce si è rivolto al Padre in aramaico, non nella lingua di Ponzio Pilato». Come dire: vescovi, svegliatevi, svegliatevi.

[S. Evangelisti]